Gli antichi vulcani del Lago di Bracciano: cosa vedere

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Laghi scomparsi, crateri, piccoli geyser. Ecco cosa vedere per leggere la storia geologica dei monti Sabatini, a due passi da Roma

Un piccolo “tour geologico virtuale”, con l’aiuto di mappe, immagini a 360 gradi di Google maps e foto. Dopo il Lago di Garda, questa volta Tetide esplora la regione del Lago di Bracciano.

Una terra di laghi limpidi (oggi tre, un tempo molti di più), forgiata nel corso dei millenni dai vulcani pleistocenici, dall’acqua e dall’uomo. Vulcani che, hanno recentemente dimostrato alcuni studi, non possono essere ancora considerati estinti.

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Lago di Bracciano. Anguillara Sabazia. Foto Valter Cirillo @Pixabay

Panorama

Quello dei Monti Sabatini è un paesaggio di colline dolci, da esplorare passo passo. Non è possibile abbracciarli tutti con lo sguardo, e perciò partiremo dal suo luogo più iconico: il Lago di Bracciano.

Un ottimo punto di osservazione è il Belvedere della Sentinella, che si sporge come un balcone all’estremità del bellissimo centro storico di Bracciano. Il lago, lo vediamo qui, è molto ampio e regolare. Assomiglia a un cerchio con il diametro di circa 8 km e un’area di 57 chilometri quadrati – dimensioni che ne fa l’ottavo in Italia per superficie.

E piuttosto profondo: 165 metri. La superficie è posta a un altitudine di 164 metri, quindi il punto più profondo è posto a circa un metro sotto il livello del mare.

Alle spalle di Trevignano Romano si nota una cima perfettamente triangolare: il Monte Rocca Romana, che con i suoi 602 metri è il più alto della zona. A sud, invece, verso Anguillara Sabazia (a destra nella foto) i rilievi sono molto più bassi. E’ qui infatti che nasce l’unico emissario del lago, il fiume Arrone.

Non proprio una caldera

Se questa zona è di origine vulcanica, viene spontaneo immaginarsi il Lago di Bracciano come un enorme cratere riempito d’acqua nel corso dei millenni. Ma, come spesso in geologia, le cose sono più complicate.

La prima cosa che ci dovrebbe insospettire sono le dimensioni: il lago è davvero troppo grosso per essere un cratere.

Per spiegarsi l’origine del Lago di Bracciano bisogna conoscere un po’ di geologia della zona. Quello dei monti Sabatini è un vulcanismo di tipo areale. Sui monti Sabatini, cioè, non c’è nessun “Etna”, nessun “Vesuvio” o, per restare nella zona, nessun vulcano imponente come quello dei Colli Albani.

Le eruzioni avvenivano di volta in volta in luoghi diversi, formando edifici vulcanici più piccoli: più o meno come avviene ai nostri tempi ai Campi Flegrei.

Un’altra forma tipica dell’ambiente vulcanico sono le caldere. Si tratta di depressioni che nascono, a volte, quando una grande eruzione svuota bruscamente la camera magmatica sotto un vulcano, facendolo collassare su se stesso.

Questa spiegazione si avvicina un po’ di più all’origine del Lago di Bracciano. Ma per spiegarne la nascita dobbiamo aggiungere un altro ingrediente: la tettonica.

Sotto i monti Sabatini (come tutto il versante Tirrenico d’Italia, in realtà) la crosta terrestre si espande, tendendosi come un elastico. E’ questa una delle situazioni propizie alla nascita dei vulcani: la pressione delle rocce diminuisce, e materiali e calore sono più liberi di salire dagli strati più profondi della crosta o dal mantello e possono raggiungere la superficie. In realtà la crosta non si limita a “stirarsi”, ma viene spezzata spezzata da faglie, che fanno sprofondare vaste zone. Quella del Lago di Bracciano è compresa una di queste strutture.

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Il vulcanismo dei Sabatini è durato da circa 800 mila fino a 40 mila anni fa. La massiva attività, però, fu intorno a 400 mila anni fa. In questo periodo un’enorme camera magmatica, in buona parte situata sotto l’attuale lago, si svuotò parzialmente. Il collasso che ne seguì sommò allo sprofondamento tettonico già in atto. Tecnicamente, quindi, il lago di Bracciano è una depressione vulcano-tettonica.

Riconoscere i vulcani

Ma allora non ci sono vulcani e crateri riconoscibili? Certamente. Il monte Rocca Romana, che domina il Lago di Bracciano, è un perfetto cono di scorie. A guardar bene ce ne sono altri, più piccoli. In foto non rendono ma, con l’occhio attento, durante un’escursione non sarà difficile riconoscerli.

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Il Lago di Bracciano in un’insolita veste invernale. Sullo sfondo il Monte Rocca Romana

Un altro cono di scorie si trova a Baccano. Questo piccolo vulcano è sorto in mezzo a una vasta piana, che è anche la caldera del più grande vulcano dei Sabatini: quello di Sacrofano. E’ da qui che sono nate le eruzioni più importanti della zona.

Altri crateri si trovano lungo le sponde del Lago di Bracciano, come nell’ampia insenatura subito est di Trevignano Romano: questo è un cratere (o meglio, metà: l’altra, distrutta dall’eruzione, è sprofondata sotto il lago). Anche l’insenatura di Vigna di Valle, a sudovest, è un cratere ben riconoscibile.

Il cratere di Trevignano Romano

I laghi craterici

Le “cose da vedere” per eccellenza sui Sabatini sono i suoi laghi. Ed è qui che il lascito dei vulcani è più evidente.

Il Lago di Martignano è un posto straordinariamente tranquillo e suggestivo, ed è anche il frutto di una delle ultime eruzioni dei vulcani Sabatini, circa 40 mila anni fa. Il modo migliore per rendersene conto è la forma, quella di un ovale allungato: frutto di almeno tre eruzioni esplosive, con i rispettivi crateri che si sono fusi uno nell’altro.

Le eruzioni dell’ultimo periodo di attività dei Sabatini, come di tutti i vulcani della zona, erano di tipo idromagmatico. In questo tipo di eruzioni l’acqua svolge un ruolo di primo piano. Presente nelle opportune quantità, l’acqua in queste situazioni si vaporizza all’istante, producendo eruzioni relativamente piccole ma molto esplosive.

L’altro lago craterico attualmente presente è il minuscolo Monterosi. E’ praticamente un cerchio perfetto, di soli 600 metri di diametro e 6 di profondità, testimone di un’unica esplosione vulcanica.

Zolfo e acqua: caldare e sorgenti sulfuree

Le eruzioni sui Sabatini sono terminate circa 40 mila annni fa. Ma i fenomeni vulcanici non si sono fermati.

In nessun luogo dei Sabatini è possibile riconoscere la potenza dei vulcani come al monumento naturale della Caldara di Manziana. I boschi ameni di castagni e (rare, a queste latitudini) betulle si aprono improvvisamente in un pianoro deserto e odoroso di zolfo. Al centro, una polla gorgogliante continua a ribollire.

Altre sorgenti sulfuree rendono i fanghi simili a sabbie mobili, insidiose per i cavalli bradi che frequenta la zona e per i visitatori che abbandonano il sentiero. L’acqua ricca di zolfo, risalendo dal sottosuolo, reagisce con l’ossigeno abbondante in superficie. Parte dello zolfo forma incrostazioni giallastre, mentre gas come l’anidride carbonica e l’anidride solforosa si disperdono nell’aria.

Sorgenti solforose si trovano anche a Monterano vecchia (uno splendido borgo abbandonato nel Seicento) e alle Terme di Stigliano e quelle di Vicarello

Le forme dell’acqua: forre e cascate

L’acqua scava le rocce vulcaniche dei Sabatini con una certa facilità, formando le tipiche forre che separano le colline di tufo. Disseminate un po’ dappertutto, queste forre ospitano spesso sepolcri etruschi e talvolta rovine nascoste nella fitta vegetazione. Tra le più belle sono quelle del Parco Marturanum, costellata di rovine etrusche e medioevali.

Quando si trovano a contatto rocce che fanno più resistenza alternate ad altre più tenere, si possono formare delle cascate. Come quella di Castel Giuliano, che scorre su un’alternazna di tufi e lave. L’energia della cascata veniva un tempo utilizzata per lavorare il ferro ricavato dalle rocce vulcaniche circostanti. Le Ferriere, questo il nome del sito, furono attive dai tempi degli Etruschi fino al 1600.

Calcata è uno dei luoghi più suggestivi della zona dei Sabatini. Il borgo medioevale, poi etrusco, è appollaiato su una rupe di tufo, incisa ai lati dal torrente Treja. La valle di questo torrente, ora Parco Regionale, taglia tutti depositi vulcanici facendo affiorare i terreni sedimentari che ricoprivano questa zona prima della nascita dei vulcani. Fra questi, si possono riconoscere i terreni del cosiddetto Paleo-Tevere. Il fiume di Roma, infatti, un tempo passava di qui. Poi le eruzioni vulcaniche hanno riempito la sua valle costringendolo a deviare più a est, nella Val Tiberina dove scorre tutt’ora.

Calcata vecchia vista dall’alto. Foto di Daniel De Luca

I vulcani “romani”

Nel Pleistocene il Lazio non era un posto tranquillo. Non c’erano solo i Sabatini, ma altri tre distretti vulcanici: i Vulsini (la zona dell’attuale Lago di Bolsena) i Cimini (Lago di Vico) e i COlli Albani.

E’ la cosiddetta Provincia Magmatica Romana, i cui vulcani, tra 800 mila e circa 30 mila anni eruttarono una quantità enorme di lava, lapilli, ceneri e gas, e lo fecero in grandissima parte con eruzioni fortemente esplosive.

I Colli Albani sono considerati potenzialmente ancora attivi, anche se dormienti da decine di migliaia di anni.

Uno studio uscito recentemente su Nature ha dimostrato che anche i Sabatini potrebbero potenzialmente eruttare ancora. Tra i maggiori periodi eruttivi di questi vulcani, infatti, ci sono state pause lunghe fino a 70 mila anni. Un periodo più lungo da quello che ci separa dall’ultima eruzione (40 mila anni).

Se è accaduto, ovviamente, non vuol dire che accadrà di nuovo. Ma in ogni caso, quasi certamente dopo un “sonno” così lungo i Sabatini offrirebbero dei segnali precursori. In questo periodo, invece, manca ogni traccia di attività in corso.

Il magma dei vulcani “romani” ha una composizione mafica, cioè ricca di ferro e magnesio e povera di silice, come si addice ai magmi di origine profonda. Il suo tratto caratteristico è essere ricchissimo in potassio.

Le eruzioni sono state soprattutto esplosive. Più che colate di lava, prevalevano le colate piroclastiche e nubi ardenti. Come enormi valanghe, ma fatte di materiali e gas incandescenti. Per avere un’idea di cosa significhi una colata piroclastica si può guardare questo video del vulcano Unzen, in Giappone.

Il materiale eruttato (brandelli di lava, minerali, frammenti delle rocce del substrato), insieme a quello che la colata travolgeva, come frammenti di legno carbonizzato, si depositavano al suolo.

Dopo essersi raffreddato e i minerali parzialmente alterati, si forma una roccia abbastanza tenera, a volte quasi terrosa, chiamata tufo. Con i tufi dei Sabatini (come il cosiddetto “Tufo giallo della Via Tiberina” e il “Tufo Rosso a Scorie nere”) è stata edificata buona parte delle case della regione da lungo tempo, antica Roma inclusa.

Il tufo forma colline dalla cima piatta, perfetti per l’insediamento umano sin dall’antichità. Il “marchio di fabbrica” dei paesaggi del centro Italia, con l’ondulata campagna romana e le rocche medievali dell’Umbria, dell’Alto Lazio discendono direttamente da questi vulcani.

Il tufo dei Monti Sabatini impiegato come materiale da costruzione

Nelle prossime settimane continueremo a parlare dell’acqua dei Sabatini. Il Lago di Bracciano, fondamentale per dissetare Roma e in una difficile situazione ambientale, e anche dei laghi scomparsi: un tempo intorno a Roma ce n’erano molti di più.

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